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L'affidabilità dei metodi di classificazione "razziale" dei resti ossei viene messa in discussione

Source: Bone Clones, Inc.
Chiunque segua la famosa serie televisiva "Bones" sa bene che alla Dottoressa Temperance Brennan basta un'occhiata ad uno scheletro per determinare il gruppo etnico della vittima: "Caucasico" o "Ispanico" sono definizioni che la Brennan dà con una velocità e una facilità impossibili per un antropologo vero. Infatti, nel mondo reale, la determinazione dell'etnia di un individuo a partire dai suoi resti scheletrici è tutt'altro che facile. Vi sono indubbiamente caratteri scheletrici, che si concentrano soprattutto nel cranio, che sono considerati a ragione come tipici di determinati gruppi etnici. Alcuni membri di una particolare "razza" possono condividere alcune caratteristiche ossee; ad esempio, un'ampia apertura nasale, prognatismo, e una cresta sopra-orbitale pronunciata sono alcuni degli elementi ritenuti caratteristici della classe Negroide (brutta parola, ma è una classificazione antropologica, non un insulto!).
Tuttavia, vi è spesso un'estrema variabilità, non solo all'interno di determinate aree geografiche ma anche all'interno di una sola popolazione. Inoltre, i flussi migratori sempre più frequenti e vasti portano ad un rimescolamento genetico continuo, che a livello scheletrico causa spesso una sovrapposizione in un solo individuo di caratteri in teoria appartenenti ad etnie differenti.
In antropologia forense, l'etnia di appartenenza è uno dei primi aspetti da stabilire quando vengono ritrovati dei resti umani per i quali non si hanno particolari indizi che possano suggerire l'identità della vittima. Negli anni sono stati creati diversi metodi, alcuni divenuti standard, per la determinazione del gruppo etnico. I due elementi su cui si basa principalmente la determinazione dell'etnia sono il cranio e il pelvi, attraverso valutazioni metriche e morfologiche.
I metodi antropologici disponibili sono stati stabiliti su specifici campioni scheletrici rappresentanti particolari gruppi geografici. Quindi, le funzioni discriminanti o le categorie morfologiche raccomandate da un metodo potrebbero essere inadeguate ad identificare l'affinità "razziale" di uno scheletro di provenienza sconosciuta. Per valutare la generale utilità di questi metodi, bisognerebbe analizzare la loro capacità di discriminazione in campioni che siano al di fuori delle popolazioni geografiche sulle quali si sono basati.
Un recente studio effettuato da Ingrid Sierp e Maciej Henneberg della School of Medical Sciences, Università di Adelaide, Australia, ha comparato i nove metodi più utilizzati in antropologia forense per la determinazione etnica, al fine di valutarne l'affidabilità. Nello specifico, i metodi considerati sono:
- Indici cranio-facciali (Gill, 1984)
- Funzioni discriminanti craniche (Giles & Elliot, 1962)
- 11 tratti morfologici del cranio (Bass, 1995)
- 20 tratti morfologici del cranio (Rhine, 1993)
- 12 tratti morfologici del cranio (Gill, 1998)
- Studio morfologico della radice nasale (Brues, 1990)
- Funzioni discriminanti pelviche (di Iscan, 1983, e di Patriquin et al., 2002)
- Statistiche multivariate sulle dimensioni craniche, o CRANID (Wright, 2008).

Sono stati utilizzati 20 scheletri appartenuti a individui di varia provenienza, conservati al Ray Last Laboratory dell'Università di Adelaide. La loro origine è sconosciuta, comunque molto probabilmente si dividono tra scheletri donati di Australiani di discendenza Europea, con una piccola possibilità di mistura Aborigena Australiana, e scheletri didattici acquistati dall'India da parte dell'Università all'inizio del ventesimo secolo. (Per chi non lo sapesse: fino a tempi molto recenti gran parte dei corpi donati alla scienza proveniva dall'India).
La capacità dei nove metodi di determinare la razza è stata valutata in tre modi diversi:

  • Contando i casi in cui la maggioranza dei metodi fornisce lo stesso risultato, identificando con certezza uno scheletro come appartenente alla stessa "razza";
  • Contando i casi in cui i risultati sono pienamente ambigui, dove ad esempio uno scheletro è identificato come appartenente ad un'etnia dallo stesso numero di metodi che lo identificano con un altro gruppo etnico;
  • Contando i casi in cui i metodi identificano uno scheletro come appartenente allo stesso tempo a tutte e tre le principali classi "razziali".
Anche se i gli autori dei nove metodi considerati hanno dato nomi un po' differenti alle categorie "razziali" nelle quali classificare un individuo, per comparare i risultati esse sono state raggruppate in tre classi generali: "Bianco", "Nero", "Altri". "Nero" include ogni determinazione pertinente alle discendenze dell'Africa Sub-Sahariana, mentre "Bianco" include ogni discendenza Europea; "Altri" include ogni determinazione che sia pertinente alle origini Asiatiche, Amerindie, Indigene Australiane e Oceaniane.   
I risultati della determinazione razziale sono stati trasformati in valori numerici per l'analisi statistica; per aumentarne la precisione, la classe "Altri" è stata ulteriormente divisa in Mongoloidi (anche qui, per i non adepti, non si tratta di un insulto ma di una classificazione antropologica), e Altri. La consistenza dei nove metodi è stata dunque analizzata usando ANOVA, metodo non parametrico di Kruskal-Wallis; l'inter-correlazione tra i metodi è stata analizzata anche usando il test non parametrico di Spearman. 

I risultati dei test sono preoccupanti: NESSUN individuo è stato identificato come appartenente ad un'unica classe "razziale". 12 individui sono stati identificati come "maggiormente" appartenenti alla categoria "Bianchi", mentre due come "maggiormente" "Neri". Tre individui ricadono nella categoria "Ambigui", in quanto con i 9 metodi presi in esame sono stati identificati tutti e tre sia come "Bianchi" che come "Neri". 14 individui (70%) sono stati identificati come appartenenti a tutte e tre le classi razziali da almeno un metodo in ogni gruppo.
Un'analisi non parametrica dei dati trasformati ha prodotto una differenza significativa tra i risultati dei nove metodi (p< 0.0001). L'analisi non parametrica dell' inter-correlazione tra i nove metodi ha provato che solo due metodi (2 x Funzioni discriminanti pelviche) mostrano una correlazione significativa (= 0.56, = 00.1).

La combinazione dei nove metodi usati in questo studio non ha prodotto un'identificazione certa dell'origine etnica in nessuno scheletro. Anche se disponendo di un numero maggiore di scheletri fosse stato possibile trovare un individuo appartenente ad un solo gruppo razziale, tale risultato costituirebbe comunque una minima percentuale tra tutti i casi. Se questi scheletri fossero tutti stati parte di un'investigazione forense, il fatto che in nessuno dei casi si sia raggiunto un risultato certo è preoccupante. Ciò indica che l'affidabilità dei metodi è al di sotto del 5%, mentre nei casi forensi si richiede che i risultati delle analisi vadano "oltre ogni ragionevole dubbio".
Anche se l'origine degli scheletri considerati in questo studio non era conosciuta, a prescindere dall'esattezza dei risultati, il nodo della questione è il fatto che non siano state trovate corrispondenze tra i nove metodi standard, che si sono rivelati inadatti all'identificazione di un singolo scheletro come appartenente ad una sola e medesima classe "razziale".
La capacità dei metodi usati in antropologia forense per la determinazione della "razza" a partire dalle ossa è stata già messa in discussione diverse volte. Lo stesso software CRANID, ideato da Richard Wright nel 2008 e molto utilizzato, si è rivelato capace di assegnare più o meno precisamente il gruppo razziale al solo 39% degli scheletri presi in esame (Kallenberger & Pilbrow, 2012). Ciò dimostra che le inconsistenze non migliorano usando un software più sofisticato come può appunto essere CRANID. Inoltre, come affermato anche dallo stesso Wright, CRANID non funziona se manca anche un solo punto antropometrico dei 29 necessari, in caso ad esempio di un cranio rotto o frammentato (in questo studio non ha dato risultati soddisfacenti in ben 11 casi). Lo stesso vale per FORDISC (che dispone di 21 misure). Anche la determinazione della razza attraverso le caratteristiche morfologiche del cranio (metodi di Bass, Gill, Rhine) è limitata dagli specifici punti disponibili per l'analisi. Se per esempio i resti sono frammentati o parte della regione facciale è assente, l'individuo potrebbe essere identificato erroneamente.

Secondo i risultati di questo studio dunque, gli investigatori forensi che usano uno o anche alcuni di questi metodi otterranno risultati differenti da altri investigatori che potrebbero usare una combinazione differente di metodi.
Nell'analisi, la variabilità individuale può aver giocato un ruolo significativo nell'inconsistenza dei risultati. Bisogna ricordare che gran parte della variabilità umana ha luogo all'interno di una stessa popolazione, piuttosto che in luoghi geografici differenti. Il numero sempre maggiore di individui di etnia mista, conseguenza degli ingenti flussi migratori, è un ulteriore fattore che rende sempre più difficili analisi di questo tipo. Detto questo, sembra virtualmente impossibile per ora creare un metodo preciso per un'accurata identificazione "razziale" dei resti ossei.
Sarebbe perciò auspicabile che nei procedimenti giudiziari ci si astenga dall'affermare con certezza la "razza" di uno scheletro, anche se richiesto dalla corte, perché un errore nell'assegnazione potrebbe seriamente compromettere tutta la procedura investigativa. Le tesi andrebbero ovviamente rafforzate da altri indizi raccolti durante le indagini.


Fonte: Sierp, I., Henneberg, M., 2015. Can ancestry be consistently determined from the skeleton? Anthropological Review, 78 (1), 21-31.



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