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"I rischi del mestiere": i potenziali pericoli dell'antropologia forense

Source: University of Huddersfield

Gli antropologi forensi operano quotidianamente sui resti umani, scheletrizzati e decomposti, quindi sono esposti ad una serie di potenziali pericoli per la salute. Oltre al fatto stesso di maneggiare resti umani decomposti, altre potenziali fonti di rischio sono il lavoro sul campo e gli attrezzi usati in laboratorio. Ad esempio, ci si può ferire durante l'utilizzo del bisturi, si può contrarre un'infezione, o si può essere esposti a patogeni per via di schizzi di fluidi contagiosi che hanno contatto con le mucose o con eventuali ferite già presenti, per inalazione di particelle infettive, o per diretta inoculazione con oggetti taglienti.
Nella ricerca antropologica, è in costante aumento il numero di strutture che studiano la decomposizione dei resti umani, le cosiddette "body farm", dove numerosi corpi donati volontariamente vengono disposti in estesi campi per osservarne da vicino il processo di decomposizione. Le donazioni di corpi non sono in aumento solo per le body farm, ma anche per quelle strutture come ospedali o dipartimenti di anatomia dove gli studenti di medicina, anatomia e antropologia forense fanno pratica sui resti umani. Di conseguenza, cresce il numero di persone, tra studenti e staff, potenzialmente esposte ai pericoli derivanti dal contatto diretto con resti umani più o meno decomposti.

Sul campo, durante le operazioni di recupero dei resti, siano essi di interesse forense o archeologico, si può ovviamente essere esposti a infortuni come cadute o punture di insetti, o a malattie infettive come il tetano; inoltre, soprattutto quando le operazioni di scavo sono legate ad un'operazione di tipo umanitario, è molto probabile che il sito sia localizzato in determinati Paesi dove alcune malattie infettive sono ancora endemiche (ad esempio nelle località tropicali o desertiche). Tuttavia, vi sono in particolare due malattie che potrebbero essere contratte sul campo, e di cui un antropologo professionista dovrebbe riconoscere cause e sintomi. Queste malattie sono la brucellosi e la malattia di Lyme.

Brucellosi

La brucellosi è un malattia infettiva zoonotica causata dai batteri del genere Brucella. Solitamente la malattia viene trasferita agli umani attraverso il consumo di carne non cotta o latte non pastorizzato, ma la trasmissione può avvenire anche per inalazione o ingresso dei batteri attraverso ferite nella pelle o membrane mucose. La brucellosi è prettamente asintomatica, ma quando vi sono sintomi, essi solitamente sono febbre alta, che può durare mesi o diventare cronica, mal di testa, mal di schiena, mialgia, dolori gastrointestinali. La malattia è fatale solo nel 2-5% dei casi. I batteri del genere Brucella proliferano in condizioni di elevata umidità, basse temperature, assenza di luce; sopravvivono per mesi anche in acqua e sui vestiti, nella polvere e nel suolo, in particolare quello contaminato con latte, tessuti o liquidi abortivi, letame o altri fluidi corporali di animali o persone infette. Nei tessuti delle carcasse animali, questi batteri possono rimanere attivi fino a 135 giorni.
Un antropologo forense potrebbe contrarre la malattia attraverso l'inalazione del batterio dal suolo o dalla polvere durante lo scavo, o attraverso il contatto con letame, urina, fluidi e tessuti abortivi, carcasse infette; in laboratorio, il rischio deriverebbe da punture accidentali, inalazione ed esposizione mucocutanea.    

Malattia di Lyme

La malattia di Lyme è una malattia infettiva trasmessa da determinate specie di zecca, ed è causata dal batterio Borrelia Burgdorferi. Dal momento in cui la zecca ha contatto con l'ospite, l'attacco avviene in un arco di tempo che va dai 10 minuti alle due ore. La zecca penetra la pelle dell'ospite, e puo rimanervi attaccata per diversi giorni. La trasmissione della malattia può anche avvenire per inoculazione parenterale accidentale di sangue infetto o per inalazione di aria infetta direttamente in laboratorio.
I primi segni e sintomi della malattia di Lyme includono eruzioni cutanee, brividi, febbre, affaticamento, mal di testa, dolori muscolari, e linfoadenopatia (ingrossamento dei linfonodi). Se non curata, la malattia può portare a meningite, paralisi facciale, gonfiamento e dolore nelle articolazioni, palpitazioni.

Rash cutaneo tipico della malattia di Lyme al suo primo stadio. Source: nhs.uk

In laboratorio, o in una struttura dove si conservano resti umani, un elemento di comune utilizzo ma comunque pericoloso è la formaldeide. Gli antropologi forensi usano spesso disinfettanti o preservanti che contengono formaldeide. Questa prodotto chimico è incolore, reattivo, infiammabile, ed ha un forte odore: esso può essere inalato o assorbito dalla pelle se in forma liquida. La formaldeide è cancerogena, e non si dovrebbe essere esposti ad un livello superiore a 0.03 ppm (parti per milione). Tuttavia, patologi, anatomisti, e antropologi sono spesso esposti a livelli di formaldeide che solitamente eccedono i livelli consentiti, e che possono arrivare persino a 5.02 ppm durante l'esame macroscopico di esemplari in laboratori di patologia e anatomia. Quando si è esposti a livelli superiori di formaldeide, le conseguenze sono: irritazione a naso, occhi e gola, eczema, e possibili infiammazioni dei tessuti polmonari.

Oltre ai pericoli derivanti dal lavoro sul campo e dalle analisi di laboratorio, vi sono diverse malattie che si possono contrarre per via del mero contatto con i resti umani, a prescindere dal luogo in cui si opera. 

Epatite virale 

Vi sono cinque differenti virus che causano altrettanti tipi di epatite virale: HAV, HBV, HCV, HDV, HEV
HBV e HCV, che possono causare epatite cronica, sono le più relazionate alle professioni in cui si maneggiano resti umani, in particolare tessuti molli. 
Il virus HBV viene principalmente trasmesso attraverso il sangue, ma può anche essere trovato in concentrazioni più piccole in altri fluidi corporei. La trasmissione avviene attraverso l'introduzione di sangue infetto o di fluidi corporei per via percutanea o attraverso il contatto con le mucose. Fuori dal corpo, il virus rimane attivo sulle superfici per almeno 7 giorni; ogni goccia di sangue, incluso quello secco, dovrebbe quindi essere considerata ancora infetta. Vi sono stati casi in cui il virus è stato trovato ancora attivo sui cadaveri di individui deceduti da 4 giorni. L'epatite B può avere un lungo periodo di incubazione che può durare dalle 6 settimane ai sei mesi, e coloro che la contraggono potrebbero avere una reazione acuta o cronica che può portare a cirrosi, cancro al fegato, o alla morte. 
L'epatite C è solitamente trasmessa attraverso ripetute punture, quindi con l'uso di droghe via endovena. Meno comunemente, può essere trasmessa attraverso tagli accidentali con oggetti infetti o attraverso rapporti sessuali. Una grande percentuale di individui appena infetti non mostra sintomi e non si ammala. Tuttavia, l'epatite C ha l'80% di possibilità di diventare cronica o di causare malattie al fegato. Può essere fatale e non esiste ancora un vaccino che possa prevenirne il contagio. Il virus persiste sulle superfici dure e inanimate fino a 6 settimane, e nei liquidi per 5 mesi. Il suo RNA è stato identificato in campioni di sangue prelevati da individui deceduti da 5 giorni. 
L'epatite A si diffonde attraverso il contatto orale con resti fecali, ovvero attraverso una scarsa igiene. Il processo di incubazione del virus dura tra i 15 e i 50 giorni, prima che i sintomi appaiano. Il virus allo stato attivo può sopravvivere fuori dal corpo per mesi. Nelle situazioni in cui un antropologo forense maneggi resti con potenziale contaminazione fecale, è dovere indossare del materiale protettivo e lavarsi molto accuratamente le mani. 
Per quanto concerne l'epatite D, di cui si ammalano solo i soggetti già malati di epatite B, e l'epatite E, diffusa in Medio Oriente, Messico e India, non sono da considerare un rischio per gli antropologi (ovvero non sono legate al contatto con i resti umani, è ovvio che possano colpire chiunque a prescindere dall'occupazione). 

HIV

L'HIV è il virus responsabile dell'AIDS. La trasmissione del virus può avvenire se fluidi infetti hanno contatto diretto con una membrana mucosa o un tessuto danneggiato, o se sono introdotti nel circolo sanguigno attraverso ferite o iniezioni. 
L'esposizione a fluidi positivi all'HIV durante un'investigazione forense è un fatto da non sottovalutare, perché il virus non si disattiva immediatamente alla morte dell'ospite, e diverse ricerche hanno trovato il virus in corpi deceduti da 16 giorni. Il virus è stato identificato anche su un frammento osseo 6 giorni dopo la morte. La quantità di HIV presente nei tessuti dopo la morte dipenderà dal carico virale al momento del decesso, dal tipo di HIV, dalle terapie pre-mortem, e dalle condizioni di conservazione del corpo. 

Streptococco invasivo di gruppo A

Lo streptococco invasivo di gruppo A e' il batterio responsabile della fascite necrotizzante (una gravissima infezione di pelle e tessuti sottocutanei), della polmonite, e della cosiddetta sindrome da shock tossico (una malattia rara ma molto grave, nota per essere legata all'utilizzo degli assorbenti interni). Lo streptococco diventa invasivo quando raggiunge il sangue, i muscoli o altri tessuti profondi, e i polmoni. Gli individui sani raramente contraggono lo streptococco in forma invasiva, tuttavia esso va segnalato perché è possibile che il batterio venga introdotto nel sangue dopo traumi da arma da taglio o schizzi di fluidi su pelle compromessa, durante il trattamento post-mortem di un individuo infetto, cosi come attraverso l'esposizione al batterio di lesioni come punture di insetti o graffi. Anche saliva, lesioni della pelle, sangue, ed essudati di ferite di individui infetti sono potenzialmente infettivi. I primi segni e sintomi della fascite necrotizzante sono rossore, dolore, e gonfiore intorno alla ferita, accompagnati da febbre. I primi segni della sindrome da shock tossico includono vertigini, confusione, sintomi da influenza, dolore acuto solitamente ad un braccio o ad una gamba. Non si sa ancora bene per quanto tempo lo streptococco invasivo rimanga infettivo nei tessuti post-mortem. Sulle superfici asciutte, il batterio rimane infettivo da 3 giorni fino a sei mesi e mezzo.

Stafilococco aureo resistente alla meticillina

Lo stafilococco aureo resistente alla meticilina è un tipo di batterio che solitamente causa ma non si limita a infezioni della pelle, ed è resistente alla meticillina, cosi come alle penicilline e alle cafalosporine (tutti antibiotici). Questo batterio e' trasferito attraverso contatto diretto della pelle con un'area cutanea infetta, o con la condivisione di oggetti personali con una persona infetta, o toccando superfici o oggetti che sono venuti a contatto con la ferita di una persona infetta. Gli individui già indeboliti da altre malattie che contraggono questo tipo di batterio sono più a rischio decesso, soprattutto chi già soffre di cirrosi, malattie cardiovascolari e diabete. Questo batterio e' di comune diffusione negli ospedali, di conseguenza le body farm e i dipartimenti di anatomia sono ad alto rischio, per via delle donazioni di cadaveri, i quali spesso provengono dagli ospedali. La trasmissione può avvenire infatti anche attraverso oggetti come cateteri e indumenti.

Encefalopatie spongiformi trasmissibili

Le encefalopatie spongiformi trasmissibili sono un gruppo di malattie neurodegenerative caratterizzate da lesioni neurali spongiformi, assenza di risposte infiammatorie, e lunghi periodi di incubazione. Queste malattie sono causate da forme infettive di prioni, proteine della membrana delle cellule neurali. Una volta presente, la forma infettiva della proteina causa una catena di malformazioni nelle proteine normali attraverso un meccanismo autocatalitico, creando una cascata di malformazioni, accumuli e cambiamenti spongiformi, e morte delle cellule neuronali per cui non c'è vaccino o trattamento. Dopo la manifestazione dei sintomi, solitamente si verificano demenza e mancanza di coordinazione o equilibrio; per questo, le encefalopatie sono considerate progressive e fatali nel 100% dei casi. I prioni infettivi sono anche estremamente resistenti ai metodi di decontaminazione: resistono alle alte temperature, all'esposizione ad  un pH tra 2.5 e 10.5, e tollerano gran parte delle più comuni misure di sterilizzazione. I prioni possono resistere nell'ambiente per almeno 16 anni. I tessuti umani più infettivi sono cervello, midollo spinale, retina, nervo ottico, gangli spinali e ghiandola pituitaria o ipofisi. Il sangue è invece poco infettivo. Attualmente non si sa per quanto tempo i prioni infettivi sopravvivano nel corpo dopo la morte, ma vista la durata della loro sopravvivenza sulle superfici, è possibile che si tratti di un periodo lungo. La rarità dei prioni infettivi e il quasi totale coinvolgimento dei soli tessuti neuronali rende fortunatamente le encefalopatie un rischio relativamente basso per gli antropologi.

Tubercolosi

Il mycobacterium tuberculosis e' il batterio responsabile della tubercolosi, un'infezione dei polmoni che può diffondersi ad altre parti del corpo come la colonna vertebrale e il cervello. La tubercolosi è trasmessa attraverso l'aria quando i batteri sono espulsi dai polmoni, infettando altri attraverso l'inalazione di particelle respiratorie. La malattia si manifesta più frequentemente negli individui con sistemi immunitari compromessi, ed è tra le principali cause di morte tra i soggetti con l'HIV.
Per quel che riguarda il contatto con i resti umani in ambito forense, il batterio della tubercolosi può essere contratto dai resti umani quando l'aria è espulsa dai polmoni del cadavere, come accade durante i primi stadi della decomposizione, quando il sangue e i fluidi fuoriescono da bocca e naso, o durante la più tarda fase di gonfiore in cui vengono rilasciati i gas putrefattivi, o anche semplicemente durante il movimento dell'individuo in esame. Anche il taglio dei tessuti e/o la preparazione istologica di campioni di individui infetti può vaporizzare il batterio; vi sono stati casi in cui la tubercolosi è stata contratta segando delle ossa (Douceron et al., 1993). Il batterio persiste sulle superfici inanimate e secche fino a 4 mesi, mentre è stato identificato nei resti umani 8 giorni dopo la morte con 20-25 gradi, e fino a 14 giorni se la temperatura scende a 4 gradi. Inoltre è stato suggerito che il batterio può essere riattivato da tessuti mummificati fino a 300 anni dopo la morte (Lemma et al., 2008).

Considerando i moltissimi potenziali rischi che provengono dal maneggiamento di resti umani scheletrizzati e decomposti, è fondamentale che ogni antropologo o aspirante tale sia a conoscenza dei rischi e dei sintomi di queste (e altre) malattie, in modo da essere capace di riconoscerle subito in caso di trasmissione. Purtroppo accade molto spesso, soprattutto tra gli studenti, che anche regole basilari come indossare guanti e/o mascherine vengano totalmente trascurate. Sarebbe dunque consigliabile inserire nei programmi di insegnamento una o più lezioni sui rischi a cui si è potenzialmente esposti in antropologia forense. 



Fonti:
- Collins, C.H., Grange, J.M., 1999. Tuberculosis acquired in laboratories and necropsy rooms. Commun Dis Public Health, 2 (3): 161-7
- Douceron, H., Deforges, L., Gherardi, R., Sobel, A., Chariot, P., 1993. Longlasting postmortem viability of human immunodeficiency virus: a potential risk in forensic medicine practice. Forensic Science International, 60 (1–2): 61-6
- Lemma, E., Zimhony, O., Greenblatt, C.L., Koltunov, V., Zylber, M.I., Vernon, K., 2008. Attempts to revive Mycobacterium tuberculosis from 300-year-old human mummies. FEMS Microbiol Lett, 283 (1): 54-61
- Mitscherlich, E., Marth, E.H., 1984. Microbial survival in the environment: bacteria and rickettsiae important in human and animal health. Berlin, Germany: Springer
- Nyberg, M., Suni, J., Haltia, M., 1990. Isolation of human immunodeficiency virus (HIV) at autopsy one to six days postmortem. American Journal of Clinical Pathology, 94 (4): 422-5
- Roberts, L.G., Dabbs, G.R., Spencer, J.R., 2015. An Update of the Hazards and Risks of Forensic Anthropology, Part I: Human Remains. Journal of Forensic Sciences, doi: 10.1111/1556-4029.12947
- Roberts, L.G., Dabbs, G.R., Spencer, J.R., 2015. An Update of the Hazards and Risks of Forensic Anthropology, Part II: Field and Laboratory Considerations. Journal of Forensic Sciences, doi: 10.1111/1556-4029.12949



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