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Le scienze forensi possono fallire: l'FBI rivaluta migliaia di casi

La realtà delle indagini scientifico-giudiziarie è spesso ben lontana da quella mostrata in alcune famose serie televisive, dove basta poco per incastrare un criminale: a Dexter basta qualche macchia di sangue, al team di CSI un'impronta di scarpa, e ai profilers di Criminal Minds un profilo psicologico del sospettato. 
Chi in ambito forense ci lavora per davvero sa benissimo (o dovrebbe sapere) che i risultati delle analisi (antropologiche, tossicologiche, tutte insomma) hanno sempre un margine di errore che andrebbe considerato, e che la condanna di un sospettato non andrebbe MAI basata su un solo aspetto, ma necessita di numerose verifiche e del coinvolgimento di tutte le branche forensi applicabili al caso.
E' di questi giorni la notizia che negli Stati Uniti, l'apparentemente affidabilissimo FBI sta rivedendo ben 2500 casi, tutti accomunati dal fatto che la condanna si è basata per lo più sulla corrispondenza tra i capelli del condannato e quelli presenti sulla scena del crimine. 
Fino agli anni '90 infatti, prima che l'analisi del DNA fosse comunemente applicata alle indagini forensi, l'analisi dei capelli si limitava alla comparazione microscopica della pigmentazione e dello spessore del capello. Nel 1996, lo stesso FBI dichiarò che avrebbe smesso di basarsi sulla sola corrispondenza, e iniziò ad usare analisi genetiche anche per i capelli. 
Lo scandalo, messo in luce dal Washington Post, riguarda diversi casi in cui alcuni condannati (alcuni già morti), che hanno scontato o stanno scontando pene pesantissime, si sono rivelati innocenti. I condannati ancora vivi hanno ricevuto una lettera in cui si spiega il potenziale errore e dove li si informa che, dove possibile, l'iter analitico verrà ripetuto attraverso l'analisi del DNA.
I risultati preliminari dicono che su 268 casi valutati tra il 1985 e il 1999, in cui 26 esperti della microscopic hair comparison unit dell'FBI sono giunti a false conclusioni, 257 hanno poi portato a condanne; tra i condannati, 32 sono stati condannati a morte, e di questi 14 sono già stati giustiziati o sono morti in prigione.
Nel 1978 a Washington, D.C., un tassista venne assassinato. Santae Tribble, che all'epoca aveva 17 anni, venne accusato di omicidio e condannato a 20 anni di carcere. Tuttavia, recenti analisi genetiche hanno rivelato che i capelli ritrovati sulla scena non erano suoi, anzi, non erano neanche umani. Nel 2012 un giudice prosciolse Tribble dall'accusa dimostrando attraverso il test del DNA che non c'erano corrispondenze tra i campioni di capelli, e che quella stessa ciocca apparteneva ad un cane. 
George Perrot, uno dei primi ad essere condannato sulla base del confronto di capelli, fu accusato di violenze sessuali nel 1978. Perrot, che aveva 17 anni, confessò di aver rapinato le case di due donne anziane, una delle quali dichiarò di essere stata violentata. Lui non confessò mai la violenza, né la donna seppe mai riconoscerne l'autore. Ma un capello fu rinvenuto sulle lenzuola della donna, e un esperto concluse che il capello apparteneva a Perrot. In seguito al recente scandalo, il processo che lo vede coinvolto è stato riaperto.
Un altro esempio è quello di Timothy Scott Bridges, condannato all'ergastolo per violenza sessuale, avvenuta nel 1989 su una donna disabile di 83 anni. La vittima fornì descrizioni molto vaghe del colpevole, e di fatto non lo identificò mai con Bridges. Tuttavia, due capelli vennero ritrovati sulla scena, nello specifico su un lenzuolo, e un esperto FBI affermò che c'era "solo" una possibilità su mille che i capelli non appartenessero a Bridges. 
Molto simile il caso di Larry Peterson, condannato per omicidio e violenza sessuale, in larga parte sulla base della comparazione dei capelli ritrovati sulla scena e sul corpo della vittima. Le analisi genetiche hanno invece concluso che il DNA apparteneva alla stessa vittima, e che vi era in più un contributo genetico da parte di un altro uomo presente sulla scena che non era Peterson. 

Al giorno d'oggi, prove tanto deboli come la presenza di un solo capello, tanto meno senza che l'analisi del DNA venga effettuata su di esso, non verrebbero mai considerate sufficienti per la condanna o l'assoluzione di un imputato. 
A lungo si è ipotizzato a proposito della veridicità delle analisi tricologiche per l'identificazione di un sospettato. Al massimo, questo genere di analisi può escludere un sospettato o identificare un'ampia classe di persone che condividono particolari caratteristiche. Prima che le analisi del DNA divenissero di comune utilizzo in campo forense negli anni 90, gli scienziati forensi hanno continuato a testimoniare con assoluta certezza contro gli imputati (poi condannati) basandosi sulla sola corrispondenza tra i capelli ritrovati sulla scena e quelli dell'imputato.

La difficoltà più grande che ora l'FBI si ritrova ad affrontare sta nel fatto che per casi più vecchi, per cui ci sono ancora condannati che stanno scontando l'ergastolo o delle pene lunghissime, i testimoni potrebbero non essere più reperibili o addirittura morti, e che di certo i loro ricordi potrebbero essere alterati o del tutto rimossi, così come le prove a disposizione. 

E' ovvio che il solo fatto che possano esserci errori nelle analisi non è la prova assoluta dell'innocenza dei condannati. Tuttavia, anche in quei casi in cui senza la comparazione dei capelli le accuse cadrebbero miseramente, come in quelli citati sopra, il fatto che degli esperti forensi abbiano peccato di tanta leggerezza in casi così delicati è di per sé molto grave. 

Tra l'altro, quella dei capelli non è l'unica analisi che sta subendo una forte rivalutazione. Infatti, molti dubbi si stanno sollevando a proposito dell'affidabilità dell'analisi delle impronte digitali (in quanto la loro assoluta unicità non è stata ancora pienamente dimostrata), dei segni lasciati dai morsi, delle impronte di scarpe, e degli schizzi di sangue. Un caso esemplare è quello di Gerard Richardson, sempre negli Stati Uniti, che fu condannato a 30 anni di prigione per un omicidio che non aveva mai commesso, sulla base delle impronte di un morso lasciate sulla vittima. Richardon ha impiegato 19 anni per provare la sua innocenza. Alla riapertura del suo caso infatti, si è scoperto che il DNA lasciato su quello stesso morso apparteneva ad un altro uomo.



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